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    La Costituzione in classe



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Da Atene a Strasburgo: l'itinerario della democrazie europea.

«Il potere della città risiede nella massa […]
senza che debolezza di posizione sociale,
povertà, oscurità di nascita siano
per qualcuno causa di esclusione, o le opposte
condizioni siano titoli di preferenza.»


Platone


«Vi sono soltanto due tipi fondamentali di istituzioni:
quelle che consentono un mutamento di governo senza
spargimento di sangue, e quelle che non lo consentono [...]
Personalmente, preferisco chiamare “democrazia” il tipo di
reggimento politico che può essere sostituito senza l’uso
della violenza, e “tirannide” l’altro».


Popper

A cura di Alberto Pasi classe 5^A
Liceo Scientifico “G. Peano” - Cuneo

           La democrazia. Si tratta di un vocabolo di nobile stirpe, portatore di un alto contenuto valoriale e da sempre collocato ai vertici della progettualità politica. Alligna le sue radici nel lontano humus della civiltà occWidentale, vale a dire nella grecità classica, quando si tradusse nella prassi e nella teoria: in pratica di governo e in oggetto di riflessione filosofica.
Basta ritornare ai tempi aurei del mondo ellenico per individuare una simile convergenza. Una pòlis, Atene; uno statista, Pericle; due insigni filosofi, Platone e Aristotele; un grande studioso, Tucidide: ecco i nomi che hanno fatto storia, o meglio, che hanno fondato la storia della democrazia. E con quest’ultima, è appena il caso di ricordarlo, s’intende quella forma di governo e quell’assetto socio-politico in cui il potere risiede nel popolo, che lo esercita in modi diversi.
            Il termine (da démos = popolo e cràtos = potere) testimonia inequivocabilmente la sua origine greca. In effetti, sia le prime storiche attuazioni, sia il sorgere delle prime riflessioni teoriche su tale forma di governo hanno luogo nella Grecia antica e nel periodo di maggior espansione della sua civiltà (secc. VI e IV a. C.). Segnalata dapprima nelle colonie ioniche dell’Egeo e dell’Asia minore, la prassi democratica ebbe le sue più note manifestazioni in Atene e la maggior trattazione teorica nelle opere dei pensatori ateniesi (o aventi scuola in Atene), fra cui spiccano i già citati nomi di Platone ed Aristotele.
            La democrazia ellenica era diretta, in quanto il popolo vi esercitava il potere direttamente partecipando ad assemblee con funzioni deliberative, e non già delegando suoi rappresentanti, come succede nelle contemporanee democrazie rappresentative. E ciò era possibile a fronte dei limiti territoriali e demografici dello Stato greco antico, coincidente con la città-stato, la pòlis, limiti che permettevano l’accesso diretto del popolo al potere.
            Nella teoria della democrazia confluiscono tre grandi tradizioni di pensiero politico, quella classica, quella medioevale e quella moderna.
            La prima, ovvero la teoria classica, tramandata come teoria aristotelica, postula l’esistenza di tre forme di governo (con rispettive degenerazioni), con ciò distinguendo la democrazia – che, per la precisione, Aristotele chiama politìa –, intesa come governo dipopolo, di tutti i cittadini, ovvero di tutti coloro che godono dei diritti politici, dalla monarchia, come governo di uno solo, e, finalmente, dalla aristocrazia, intesa come governo di pochi.
            La teoria medioevale, di derivazione romana, si basa sul principio della sovranità popolare e contrappone una concezione ascendente ad una concezione discendente della sovranità, a seconda che il potere supremo derivi dal popolo e sia rappresentativo, o derivi dal principe e venga trasmesso per delega dal superiore all’inferiore. In una delle opere fondamentali del pensiero politico medioevale, qual è il Defensor pacis (1324) di Marsilio da Padova, è affermato il principio che il potere di fare le leggi, in cui consiste il potere sovrano, spetta unicamente al popolo, o alla sua parte prevalente, pars valentior, per numero e qualità, il quale attribuisce ad altri nulla più che il potere esecutivo, cioè il potere di governare nell’ambito delle leggi.
            Infine, la terza teoria, quella moderna, nota anche come teoria machiavellica. Questa è sorta con la nascita dello Stato moderno nella forma delle grandi monarchie, e si traduce nella distinzione di due forme di governo, la monarchia, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo, e la repubblica, in cui il potere è variamente distribuito in diversi corpi collegiali e, in ultima analisi, fa capo al popolo. Tale assimilazione tra ideale repubblicano e ideale democratico è presente soprattutto in Rousseau, l’autore del Contratto sociale, ossia di un classico della democrazia. Quest’ultima si manifesta, secondo il filosofo francese, nella volontà generale, di cui sono emanazioni le leggi, che, ben al di là di esprimere gli ordini di un uomo o di più uomini, costituiscono le condizioni per la realizzazione del bene pubblico.
            Ma prima di arrivare all’età illuministica, a cui si riferisce la dottrina testé richiamata, è necessario riprendere il cammino delle istanze democratiche a partire dall’inizio del secondo millennio. Oltre alle sue prime e significative manifestazioni nell’ambito della grecità mediterranea (nella “terra visitata dagli dèi”, secondo l’espressione del poeta tedesco Hölderlin) , la democrazia si esplicò in età medievale a livello dei Comuni, ove ricorrevano condizioni analoghe a quelle della pòlis greca, anche se essi si ponevano giuridicamente nell’ambito universale delle due potestà supreme del Papato e dell’Impero.
            Dal tardo Medioevo all’età contemporanea, abbiamo assistito a importanti teorizzazioni in merito al governo del démos. Si pensi, a titolo d’esempio, all’opera del già citato Marsilio da Padova, di Althusius, di Rousseau, di Tocqueville, di Dewey, di Popper, che, in epoche diverse e sulla base di angolature e argomentazioni parzialmente differenti, hanno celebrato il principio della sovranità popolare come conditio sine qua non per la pratica di un potere rispettoso di tutti e di ciascuno. In ogni caso, tale prassi politica ha stentato a decollare e, per molto tempo, si è limitata a brevi parentesi storiche, quali sono stati alcuni segmenti della Rivoluzione francese, certi episodi del Quarantotto italiano ed europeo, la Comune parigina del 1871 e pochi altri, peraltro non immuni da derive populiste e radicali talora controproducenti.
            Facevano eccezione due realtà, quella inglese e quella americana, le quali, dopo le rispettive rivoluzioni di fine Seicento e di fine Settecento, avevano intrapreso, sia pure con periodiche involuzioni, un cammino lungo le rotte della democrazia. Tutto questo mentre gli scacchieri geopolitici dell’Europa continentale continuavano ad operare all’interno di orizzonti dispotici, autoritari, tutt’al più semiliberali, per non parlare delle lunghe e tragiche parentesi totalitarie della prima metà del Novecento. È questo comunque il secolo della vera democratizzazione del nostro Continente che, a partire dal secondo dopoguerra e, per i Paesi d’Oltrecortina, a seguito della caduta del muro di Berlino, ha, con decisione e coerenza, posto nel popolo la legittimazione primaria del potere.
            I tempi di tale riconversione sono piuttosto recenti, in ogni caso, l’Europa si può qualificare come la terra d’elezione della democrazia, per averle dato i natali ai tempi della grecità ellenica, per averla teorizzata, e talvolta praticata, nel corso del secondo millennio e per averla eretta a sistema politico nella seconda metà del XX secolo. È il caso, a titolo d’esempio, del nostro Paese, che, a seguito della redazione, dell’approvazione e dell’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, ha imboccato e sta percorrendo la strada maestra della sovranità popolare, della libertà e della solidarietà.
            Occorre, a questo punto, richiamare un’ulteriore evoluzione, quella dell’europeismo democratico, declinato in versione sopranazionale e inaugurato 30 anni fa, con l’elezione a suffragio universale del Parlamento di Strasburgo.
            Strasburgo, la città simbolo del drammatico bellicismo intraeuropeo, in particolare della viscerale ostilità tra Francia e Germania, ha cambiato nell’arco di 75 anni (1870 – 1945) per ben quattro volte la propria appartenenza statuale. Ora, come pegno della pace e dell’integrazione, è divenuta la capitale politica dell’Unione Europea ed ospita (insieme a Bruxelles) un Parlamento di 785 deputati.
            Il suo rinnovo, attraverso le elezioni del giugno 2009, costituisce un evento molto importante, anche per noi giovani, chiamati, per la prima volta, ad esercitare il nostro diritto di voto. L’importanza coinvolge, prima di tutto, la pratica della cittadinanza, che ha da essere vissuta in modo attivo e partecipativo. Nello stesso tempo, però, chiama in causa una ricorrenza, ossia il 30° anniversario delle elezioni, a suffragio universale e diretto, dell’Europarlamento.
            Le prossime consultazioni saranno, peraltro, le prime elezioni europee dopo l’ultimo allargamento, dunque costituiranno l’evento democratico più imponente del Pianeta (se si prescinde dalle elezioni indiane), con 378 milioni di cittadini di 27 Stati membri chiamati ad eleggere il loro Parlamento.
            Noi giovani siamo fra questi. Non possiamo e non dobbiamo mancare all’appuntamento. Nella consapevolezza, tra l’altro, per dirla con Seneca, che “la natura ci ha fatto degli stessi elementi e per lo stesso destino, ci ha fatti tutti cittadini di una patria più vasta”.





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