Il costituzionalismo moderno e la genesi storica della costituzione italiana.
3. Dalla caduta del fascismo all’entrata in vigore della costituzione repubblicana
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Il regime fascista giunse al suo epilogo in seguito alle dinamiche avverse e calamitose del secondo conflitto mondiale in cui Mussolini aveva trascinato il Paese, con l’assurda presunzione che gli sarebbero bastate poche migliaia di morti per sedere al tavolo delle trattative di pace a fianco della Germania vittoriosa. In effetti, il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, il duce aveva annunciato a una folla plaudente l’entrata in guerra dell’Italia “contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente”.
A fronte di vicende militari sempre più catastrofiche, fra cui occorre annoverare lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, il Gran Consiglio del Fascismo approvò a maggioranza, nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, una mozione in cui si affermava “la necessità dell’immediato ripristino di tutte le funzioni statuali, attribuendo ai singoli organi i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali”, e s’invitava “il capo del Governo a pregare la maestà del re affinché volesse assumere, con l’effettivo comando delle forze armate, secondo l’art. 5 dello statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisioni che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”.
La sollecitazione fu prontamente raccolta da Vittorio Emanuele III, che già da qualche tempo era in cerca dell’occasione propizia per poter scindere in extremis le sue responsabilità da quelle del fascismo. Lo stesso 25 luglio fu comunicato agli italiani che Mussolini si era spontaneamente dimesso e che il re lo aveva sostituito con il maresciallo Pietro Badoglio. In realtà, Mussolini era stato rimosso “di forza” dalla carica e fatto arrestare per ordine del re all’uscita dal Quirinale. Il proposito del sovrano era quello di smantellare rapidamente le istituzioni del fascismo, per ripristinare quella “legalità statutaria” liquidata vent'anni prima con il suo decisivo apporto.
Il nuovo Governo provvide subito, con una serie di decreti legge, a demolire l’ordinamento fascista: il 2 agosto 1943 soppresse il Partito fascista, dichiarò sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni, e preannunziò “la elezione di una nuova Camera dei deputati e la conseguente convocazione e inizio della nuova legislatura” nel termine di quattro mesi dalla cessazione dello stato di guerra.
Il progetto monarchico di Vittorio Emanuele III di “tornare allo Statuto” era però destinato a scontrarsi con i ben diversi propositi dei partiti che, essendo nel frattempo usciti dalla clandestinità, avevano ripreso con vigore l’iniziativa politica.
Fin dall’agosto del 1943, le forze democratiche avevano dichiarato la loro aperta ostilità al Governo e al re, ritenuto corresponsabile delle sciagure del Paese. Ma il divario si approfondì ulteriormente dopo l’8 settembre del 1943, quando il sovrano, stipulato in tutta fretta l’armistizio con gli alleati, si dette alla fuga verso Brindisi, lasciando l’esercito italiano senza ordini e in balia delle ritorsioni delle armate tedesche, nel frattempo prontamente affluite in Italia per assumere il controllo della situazione. Il Nord fu occupato dai tedeschi che, liberato Mussolini dalla prigione sul Gran Sasso in cui era rinchiuso, vi stabilirono un servile quanto spietato Governo fascista, la cosiddetta Repubblica di Salò. Il Sud fu sottoposto al controllo degli eserciti alleati, che erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943.
Sorrette dalla comune volontà di liberare il Paese dal fascismo con la lotta armata, le forze democratiche dettero subito vita al movimento dei Comitati di liberazione nazionale (CLN), nei quali confluirono il Partito liberale, la Democrazia cristiana, la Democrazia del lavoro, il Partito d’azione, il Partito socialista e il Partito comunista.
Anche sull’atteggiamento da assumere nei confronti della monarchia, i partiti antifascisti, inizialmente divisi, finirono col trovare una linea comune che consentì di raggiungere con Vittorio Emanuele III un temporaneo compromesso, conseguente alla famosa “svolta di Salerno”. Il 12 aprile 1944, i sei partiti decidevano infatti di partecipare ad un Governo di unità nazionale formato dal maresciallo Badoglio. Il re, dal canto suo, s’impegnava a ritirarsi a vita privata e a trasferire i suoi poteri al figlio Umberto che avrebbe assunto la carica di luogotenente generale del Regno “lo stesso giorno in cui le truppe alleate fossero entrate in Roma”. E così avvenne. Il 5 giugno 1944, quando le truppe alleate entrarono in Roma, venne emanato un regio decreto con la nomina del principe di Piemonte, Umberto di Savoia, a luogotenente generale. Questi, “sulla relazione dei ministri responsabili”, avrebbe provveduto in nome del re “a tutti gli affari dell’amministrazione e avrebbe esercitato tutte le prerogative regie, nessuna eccettuata”.
La situazione si era evoluta a tal punto da far apparire sempre più velleitario il disegno della dinastia sabauda di ripristinare lo Statuto e sopravvivere così alla dissoluzione del regime fascista. Il luogotenente, incalzato dai partiti politici, emanò il 25 giugno 1944 un decreto legge (n. 151) col quale stabilì che “dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali sarebbero state scelte dal popolo italiano, il quale, a tal fine, avrebbe eletto a suffragio universale diretto e segreto un’Assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. Fu inoltre sancito l’impegno dei partiti e della stessa monarchia di non compiere atti che potessero pregiudicare la soluzione della questione istituzionale, nell’ottica della cosiddetta tregua istituzionale.
Con il decreto sopra richiamato, la monarchia affidava alla futura Assemblea costituente la scelta della forma di governo, e quindi metteva in discussione la sua stessa sopravvivenza, qualora la decisione della Costituente fosse stata favorevole alla forma repubblicana. Infine, dopo la Liberazione, il processo di allargamento e di rafforzamento della sovranità popolare nei confronti delle istituzioni stabilite fece ancora un passo avanti: il 16 marzo 1946, con decreto legge n. 98, si stabilì, a parziale modificazione dell’atto del 25 giugno 1944, che la scelta tra monarchia e repubblica avrebbe dovuto essere sottratta all’Assemblea costituente per essere affidata alla diretta deliberazione del popolo mediante referendum. Di conseguenza, l’Assemblea costituente avrebbe, sì, elaborato la nuova Costituzione, ma l’avrebbe fatto entro i limiti della forma di governo, o monarchica o repubblicana, scelta direttamente dal popolo.
Il 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III, violando la tregua istituzionale, abdicò a favore del luogotenente nella speranza di influenzare il voto popolare previsto per il 2 giugno. Ma la repubblica vinse egualmente con 12.717.923 voti contro i 10.719.284 ottenuti dalla monarchia. Il re, dopo aver tentato di contestare l'esito del referendum con varie argomentazioni di carattere giuridico, fu costretto ad abbandonare per sempre l’Italia.
Assemblea costituente, eletta anch’essa il 2 giugno 1946 a suffragio universale, affidò a una Commissione composta da 75 membri e divisa in tre sottocommissioni il compito di elaborare un progetto di Costituzione, che fu poi discusso, e in parte modificato, dall’Assemblea costituente in seduta plenaria.
Le forze politiche dominanti alla Costituente erano quelle che avevano vittoriosamente condotto la Resistenza contro il fascismo. A sinistra, forte del 39,4% dei voti, c’era il blocco social-comunista, capeggiato dal comunista Togliatti e dal socialista Nenni; al centro c’era la Democrazia cristiana guidata da De Gasperi, con il 35,1% dei voti; vi era poi un gruppetto di partiti laici, tra cui spiccavano il Partito d’azione (con Calamandrei, La Malfa, Lombardi), schierato sul centro-sinistra, e il Partito liberale (con Croce ed Einaudi), che si collocava sul centro-destra; infine c’era la destra estrema, con il 5,6% dei voti, rappresentata dall’Uomo Qualunque.
La struttura estremamente eterogenea della Costituente non impedì la collaborazione tra le principali forze politiche. Grazie a ciò, anche se rivela in più parti l’influenza predominante di questo o di quello schieramento, la Costituzione manifesta un prevalente carattere unitario, che non la fa essere il prodotto di ideologie di parte, né un puro riflesso dei rapporti di forza esistenti in quel momento. Si può dire, anzi, che le tre principali componenti – quella socialcomunista, quella cattolica e quella liberale – hanno dato vita a un compromesso in virtù del quale, mentre sono stati eliminati dalle rispettive ideologie gli aspetti non assimilabili da quelle avversarie, si sono fissati traguardi comuni, mettendo a frutto la parte migliore dei singoli patrimoni ideologici.
La grande maggioranza (453 voti contro 62), che il 22 dicembre 1947 approvò la Costituzione, dimostrò con i fatti l’importanza storica dell’evento: per la prima volta, il popolo italiano si era dato una Costituzione democratica. Quest’ultima, promulgata dal “capo provvisorio dello Stato”, Enrico De Nicola, il 27 successivo, è entrata in vigore il 1° gennaio 1948.